Ma, se io chiesi amore, perché mi portano trippa alla maniera di Oporto fredda? Questo si chiedeva uno dei mille emissari di Fernando Pessoa, sostenendo con forza che no, la trippa non è di certo l’amore. E – in ogni caso – andrebbe servita calda.

Oggi con i ragazzi di II liceo abbiamo riflettuto sui versi d’amore, potente magnete poetico, sentimento-calamita per i miei venticinque lettori (quasi) tutti innamorati dell’amore.                                                       I ragazzi hanno pescato in maniera casuale i versi di poeti che hanno bucato i secoli: dall’Odi et amo di Catullo all’amore dissacrante di Sanguineti; dalla leggerezza di Raboniallo stupore della Szymborska; dai racconti poetici di Carver ai ciliegi di Neruda. Storie di amori brucianti, finiti, accartocciati, amari, non corrisposti. Li hanno letti ad alta voce e, liberamente, hanno provato a commentarli.

Se rimarrà attaccato qualcosa alla suola del cuore, temo non saranno le gabbie metriche, le pedisseque definizioni di sinestesia o sineddoche. Sacrosante, ma fini a se stesse se l’encefalogramma emotivo rimane piatto. Un tentativo, quello di oggi, di parlare lorodal cuore del miracolo, dalla poesia stessa, per sentire i versi farsi carne commenta la prof. Chiara Locatelli che ha pensato e seguito questa bella iniziativa.

Al termine della lettura, i ragazzi hanno incollato tutti i versi componendo un puzzle poetico che appenderanno in classe.