Sono trascorsi molti giorni da quando il Covid-19 ha colpito la nostra società, apportando doverosi cambiamenti nello stile di vita di noi tutti e ha catapultato docenti e studenti in un nuovo modo di far didattica.

Due mesi fa si tornava dalla settimana bianca: per fortuna c’erano ancora le vacanze di Carnevale per riposarsi un po’, hanno pensato molti studenti. Ma tutto è cambiato di colpo: quel virus che, fino ad allora sembrava lontano migliaia di chilometri, era arrivato vicino a casa nostra, troppo vicino. In mezzo a tante decisioni (o indecisioni?), uno dei primi passi è stato quello di chiudere le scuole, luoghi di assembramento e, come tali, pericolosi per il contagio.

Ok, bene, scuole chiuse. Ma per quanto? A posteriori, sappiamo benissimo come sono andate le cose. Ma già da subito il presentimento che la sospensione delle attività didattiche si sarebbe protratta a lungo, ha spinto la nostra scuola a prevedere degli interventi importanti.

E siamo ormai a quota due mesi di DAD, la Didattica a Distanza.

Dall’inizio dell’emergenza, tutti gli insegnanti della scuola si riuniscono settimanalmente, proprio per monitorare l’andamento dell’attività didattica: si aggiustano orari, si studiano strategie, si programmano interventi che possano coinvolgere il più possibile i nostri studenti, i nostri ragazzi. Sì, perché da quando muovono i primi passi alla Dante, loro diventano anche un po’ nostri: li accompagniamo tutti i giorni, da quando arrivano con la faccia ancora un po’ stropicciata al mattino presto e salgono con fatica le scale, a quando volano letteralmente all’uscita, al suono dell’ultima campanella. Li accompagniamo per tre anni, in un percorso di crescita che li vede arrivare bambini e salutarci giovani adolescenti.

Ed è un nostro dovere accompagnarli anche in questo momento così difficile, strano, particolare. Di colpo, si sono trovati isolati da tutto e da tutti; hanno dovuto abbandonare scuola, amici, sport. È stato spezzato il ritmo delle loro giornate e si sono ritrovati rinchiusi, proprio in quell’età in cui si brama la libertà ad ogni costo.

È stato nostro dovere, come scuola, come professori, ricostruire una parte di quotidianità, che potesse garantire loro una nuova normalità in una situazione che di normalità aveva ben poco. Non è stato semplice e immediato. È emersa sin da subito la necessità di agire gradualmente, senza imporre modalità di lavoro finora sconosciute ai ragazzi, che avevano bisogno di tempo per adattarsi.

Durante la prima settimana di chiusura, ci siamo limitati a trasmettere materiale di rinforzo e non abbiamo spiegato nuovi argomenti, forse anche nella speranza, rivelatasi poi vana, di una ripresa delle lezioni in presenza.

La seconda settimana ci siamo attivati con la spiegazione di nuovi argomenti: abbiamo registrato e pubblicato videolezioni, con una modalità nuova per noi docenti, così come per gli alunni.

La terza settimana è stata la volta delle videolezioni in diretta su Meet, almeno una per classe. Per diversi alunni hanno rappresentato uno scoglio difficile da superare, uno strumento ostico anche per ragioni tecnologiche; per altri, invece, sono state uno strumento di facile utilizzo anche al primo impatto; altri già le conoscevano. A partire dalla quarta settimana abbiamo calendarizzato in anticipo una videolezione in diretta su Meet al giorno per classe, per giungere alla quinta settimana con circa due videolezioni in diretta su Meet al giorno per classe. Tutto all’insegna della gradualità, per evitare di scombussolare ancora di più i ragazzi, già sufficientemente provati da questa terribile situazione.

Ad oggi, siamo a regime con due videolezioni in diretta su Meet al giorno fisse per classe su quattro giorni a settimana, mentre un giorno è dedicato a tre videolezioni. Vengono, inoltre, calendarizzati interrogazioni, verifiche e progetti.

Nella storia della pedagogia è dimostrata, e ampiamente auspicata, l’importanza imprescindibile della costante compresenza di insegnanti e allievi, perché possa realizzarsi un rapporto dialogo-educativo-formativo. Ma, se ricordiamo com’era solito fare Platone, lo stesso rapporto si origina non necessariamente all’interno di un’aula di scuola, ma ovunque maestro e allievi si ritrovino, insieme, a condividere e fare, a dialogare. Ecco che noi ci ritroviamo insieme a condividere, a fare, a dialogare attraverso lo schermo di un computer. Ma non dimentichiamo che alle videolezioni in diretta su Meet vanno poi aggiunte le materie che vengono impartite con altre metodologie, anch’esse importanti per l’attività didattica, e i progetti settimanali (i concorsi fotografici, il Dantedì, la Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, il ricordo di Luis Sepùlveda, le pillole di educazione affettiva e sessuale, la Giornata della Terra e molto altro).

Ad esempio i ragazzi ci hanno detto di apprezzare particolarmente le lezioni registrate, perché sempre disponibili e fruibili in qualsiasi momento. Infatti, se da un lato le video lezioni in diretta su Meet ci consentono di fare didattica e di mantenere un contatto vivo e diretto con i ragazzi (cosa importantissima), dall’altro mantenere l’attenzione è difficile, a causa delle innumerevoli distrazioni (il pc, l’audio, i compagni sullo schermo, ecc.). Le video lezioni registrate sono molto brevi, proprio perché in quel frangente il livello di attenzione è alto.

Tutto questo permette agli alunni di sviluppare le competenze digitali tanto decantate, ma che con la didattica tradizionale spesso vengono in parte accantonate. Anche l’autocorrezione è una competenza importante, che tutti gli alunni devono acquisire al termine del primo ciclo di istruzione.

Noi professori lavoriamo continuamente per migliorare e per migliorarci, per andare il più possibile incontro alle esigenze dei nostri alunni, per farli sentire a scuola.

Sono passati due mesi da quando le aule delle scuole sono vuote e silenziose. Ma non sono assolutamente vuote e silenziose le nostre aule virtuali, quando vediamo negli schermi del computer tutti i nostri ragazzi, uno a uno, con le loro domande, lì che trafficano con il microfono che non si silenzia o che non si vuole accendere, con le cuffie appoggiate solo su un orecchio come dei veri dj (che “David Guetta spostati proprio”), che arrivano alla prima ora con la faccia stropicciata e all’ultima ci salutano di corsa perché è pronto il pranzo.

Tutto normale, quindi.  

I prof. della SS1G Dante