Il professore Walter Cazzalini, attuale preside della Scuola Secondaria di I grado “Dante Alighieri” della Fondazione Carlo Manziana, è stato intervistato tramite Meet dalla classe 2^B.

Nato nel 1942 e undicesimo di tredici figli, Walter Cazzalini, dopo le Elementari ha frequentato prima la Scuola Media, il cui ingresso è stato preceduto da un esame di ammissione, e poi il Liceo Scientifico. L’amore per la matematica lo ha portato a laurearsi in materie scientifiche e matematiche. Dopo il servizio militare si è dedicato subito all’insegnamento, lavorando in diverse scuole del Cremasco. Nel mondo della scuola da circa 50 anni, non ha ancora esaurito la sua voglia di essere al servizio delle giovani generazioni.

Una vita dedicata alla scuola, insegnante e preside. Cosa l’ha spinta a diventare insegnante e poi preside?

La professione di insegnante è sempre stata per me come una missione, l’ho svolta volentieri ricevendo molte soddisfazioni. Ogni tanto, però, avevo desiderio di essere Preside, qualifica che, pur portandomi un riscontro positivo, riservava poco tempo da dedicare ai ragazzi. Inoltre per un periodo abbastanza lungo, circa sette o otto anni, oltre a insegnare, ho assunto anche il ruolo di Vicario Facente Funzione (figura in sostituzione al dirigente scolastico), è stato faticoso fare due lavori nello stesso momento, ma mi appassionava.

Quale dei due ruoli preferisce: insegnante o preside?

Ho sempre preferito l’insegnamento perché il contatto con gli alunni regala maggiori soddisfazioni, trovo stimolante seguire il percorso dei ragazzi, formarli e vederli crescere. Il ruolo di preside è, invece, un lavoro più confinato: si è obbligati a vivere la maggior parte del tempo in ufficio, a leggere circolari e sommerso dalla burocrazia. È per questo che sono sempre tornato all’insegnamento dopo alcuni periodi di presidenza: la vicinanza con i ragazzi è per me fondamentale. Anche voi, che non posso più vedere a causa del Coronavirus, mi mancate molto.

Cosa vede nel suo futuro?

Quando non sarò più preside e andrò in pensione, ne approfitterò per approfondire i miei interessi. Ad esempio, ora mi sono appassionato di astrofisica, ma vorrei sapere di più anche sullo sviluppo della scienza, dei lavori di ricerca compiuti e molto altro, perché penso che ci siano ancora tantissime cose da scoprire. Sapete, Isaac Newton diceva: “Ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo è un oceano”. Mi auguro che anche in voi si instauri una tensione ad accrescere le vostre conoscenze, vi assicuro che è entusiasmante.

Una scuola in continua evoluzione. Come è stato vissuto, secondo lei, il continuo cambiamento della scuola, ad esempio dal punto di vista tecnologico?

Ritengo che in generale la ricerca, anche tecnologica, sia necessaria perché il desiderio di conoscere non muore mai. Grazie alla nuova tecnologia l’uomo è riuscito a compiere cose strabilianti, come andare sulla Luna o a avere strumenti che servono in campo sanitario. Occorre, però, porre attenzione in particolare a quelle scoperte che possono rivelarsi dannose a causa di un uso improprio, cito ad esempio la bomba nucleare. La tecnologia progredisce, portando tanti cambiamenti anche nella scuola, come l’utilizzo del computer o della LIM per la didattica. Tuttavia anche nell’insegnamento si deve essere attenti a non adoperare la tecnologia in maniera scorretta. Pensiamo, per esempio, alle calcolatrici: all’inizio non venivano lasciate agli studenti, che dovevano imparare a fare i calcoli a mente, poi invece con il progredire del percorso scolastico, sono diventate necessarie, perché lo scopo era quello di risolvere problemi complessi. Perciò la tecnologia è importante, ma bisogna fare attenzione ed utilizzarla nei giusti modi, così come anche i vostri smartphone.

A proposito del cambiamento della scuola, potrebbe darci il suo parere sulla didattica a distanza? Punti di forza e di debolezza sulla tipologia di didattica in presenza o a distanza.

Quando a fine febbraio è iniziato questo periodo, con i vostri insegnanti ho fatto questo ragionamento: “I nostri ragazzi stanno vivendo una vita che non è la loro: non hanno socialità, non possono praticare sport, non hanno vicinanza con gli amici… Come possiamo ricrearla?”. La didattica a distanza ha consentito di rompere la chiusura che si era verificata nei vostri mondi e ha permesso di riprendere in parte la quotidianità della scuola. Lo scopo fondamentale è stato, quindi, quello di ricostituire la realtà della classe. Tuttavia preferisco pensare la scuola come ad una comunità in cui ci si confronta, si gioca insieme e si creano legami che non sarebbero possibili stando a casa propria, soli davanti ad un computer. Cosa ne deriverebbe se ognuno rimanesse per conto proprio o isolato? Non mi piacerebbe una didattica a distanza tutti i giorni e non riesco ad immaginare una “classe di singoli”.

Insegnante e preside, ma anche matematico e scienziato. Potrebbe esprimere un parere sull’emergenza sanitaria in cui vige il Paese?

Il momento che stiamo attraversando è molto grave, sono tante le incertezze e non abbiamo medicine o vaccini. Credo che al momento sarebbe meglio accontentarsi di gestire il presente, senza cercare le cause, lo faremo quando il virus sarà cessato, quando la mente non sarà offuscata dal timore o dall’agitazione del momento. Cosa possiamo fare? Ciò che ci consigliano. È necessario che ognuno di noi sia responsabile e utilizzi le giuste precauzioni che ci sono state indicate, non solo per una propria sicurezza, ma anche per quella degli altri. Purtroppo vedo in giro troppe persone che non rispettano le regole e che non fanno uso, per esempio, della mascherina. Non si può pensare di avere comportamenti “menefreghisti”, gli effetti del virus sono troppo gravi. Pensate anche ai medici e agli infermieri che rischiano ogni giorno per noi, dovremmo essere responsabili l’uno verso l’altro. Mi spiace quando questo non avviene.

Una curiosità: come fa ad essere sempre così calmo anche quando deve riprendere i suoi alunni?

Voglio molto bene ai miei alunni, quando li riprendo è solo perché voglio che capiscano dove stanno sbagliando, correggendoli. Il mio ruolo è quello di consigliarli, affiancando gli insegnanti e proseguendo con maggior forza il lavoro che stanno già svolgendo. Normalmente non mi arrabbio perché penso che è umano fare degli errori, soprattutto quando si hanno 12 o 13 anni; l’importante è capire dove si ha sbagliato e non perseverare nell’errore.

Grazie Preside Cazzalini, per averci dedicato un po’ del suo tempo.

La classe 2^B